Settimana 8 di 54 — Quelli che non scendono dalla montagna
Settimana 8 di 54 — Quelli che non scendono dalla montagna
Sono in India da qualche giorno.
Per chi mi legge da poco lo dico una volta sola: non sono qui per cercare niente. Sono qui per lavoro, e ci sono finito di striscio.
Lo dico perché non sono un fan del "vado in viaggio per ritrovare me stesso". Anzi, è un cliché del tutto inutile.
Sono stato in un villaggio sopra le montagne, a piedi dell'Himalaya, il più grande confine che esiste. (leggi qui la lettera precedente se non ricordi cosa vuol dire confine ;) )
Sono stato in questo piccolo paesino, mille abitanti.
Davvero non c'è niente.
Non poco. Niente.
Una strada. Qualche casa. Una donna che cucina fuori, su una pentola annerita, con un gesto che ripete da non so quante volte.
Bambini che giocano con un pezzo di tubo, cani, e addirittura scimmie che saltano da una casa all'altra come se fosse di famiglia.
E nessuno che guarda altrove.
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Mi sono fermato lì per dieci minuti.
E in quei dieci minuti mi è successa una cosa che non mi succedeva da un po': mi sono accorto che il mio cervello non aveva niente da fare.
Non c'era una decisione da prendere. Non c'era una mail da rispondere. Non c'era nemmeno una metafora pronta da scrivere su questa lettera.
Solo persone che vivevano dove vivevano, facevano quello che facevano, e non sembravano avere alcuna intenzione di volere altro.
E lì è arrivata la domanda che da allora non mi molla.
▎ Loro vivono bene, e basta? O vivono bene perché non sanno che si può fare altro?
Detto in modo più onesto, e più scomodo:
▎ Sono loro che hanno capito qualcosa che a me sfugge? O sono io quello che ha capito qualcosa che a loro sfugge?
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Da sempre mi do la stessa risposta. Quella che oggi posso definire "facile".
"Loro non sanno. Io so."
Io ho visto altre città. Io ho visto altre vite. Io ho visto cosa c'è dietro la montagna. Loro no.
Quindi è naturale che siano fermi, è una scelta che non hanno mai dovuto fare, non sanno nemmeno di poterla fare.
Solo che quella sera in albergo, mentre cercavo di guardare il soffitto e basta — una cosa che non mi riesce mai — mi è venuto in mente che questa risposta è troppo comoda.
Perché in realtà la domanda non è cosa hanno visto loro.
La domanda è: chi dei due sta meglio adesso?
E onestamente, non lo so.
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Ho passato tutta la vita a inseguire una versione successiva di me. La seconda azienda. Il prossimo paese. L'idea nuova. La sera in cui tutto avrà finalmente senso.
Quella sera non arriva mai, per inciso. Lo dico per chi è dentro lo stesso giro.
Quelli del villaggio non inseguono niente.
Non perché siano illuminati. Non perché abbiano una saggezza nascosta. Non sto romanticizzando, sarei l'ennesimo turista che torna dall'India dicendo che la vita è semplice — lo odio quel framing.
Loro non inseguono niente perché non gli interessa.
Punto.
E questa cosa, vista da uno come me, è quasi più aliena di una lingua che non capisco.
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Provo a metterla in due colonne, perché quando una cosa mi confonde a me serve sempre vederla scritta.
| Chi non scende | Chi insegue |
|---|---|
| Sta dove è | Sta dove sarà |
| Il giorno è già abbastanza | Il giorno è una tappa |
| Sa cosa farà domani | Non sa nemmeno dove sarà |
| Conosce dieci persone, bene | Conosce mille persone, poco |
| La sua vita non è una storia | La sua vita è già un racconto |
| Non ha sogni da realizzare | Ha sogni da realizzare |
| Non ha sogni da realizzare | Ha sogni da realizzare |
Lascio le ultime due righe identiche apposta.
Perché quella riga, "non ha sogni da realizzare", letta da una colonna è una sconfitta. Letta dall'altra è una pace.
A seconda di dove stai, la stessa frase è una condanna o una liberazione.
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Mi è tornato in mente, mentre li guardavo, un ragazzino di otto anni.
Era cresciuto in un paese di mille abitanti, in Italia, e correva in giro per strada da mattina a sera con un altro pezzo di tubo.
Quel ragazzino sono io.
E non lo riconosco.
Non lo dico per fare il colpo emotivo. Lo dico letteralmente: non riesco a entrare nel suo cervello. Non so che cosa pensava. Non so cosa lo facesse ridere. Non so se stava bene o se voleva già andare via.
Tra lui e me ci sono troppi voli, troppe città, troppe versioni di me sovrascritte una sull'altra come strati di vernice. Quando provo a grattarli, sotto non trovo lui. Trovo il vuoto di chi non lo ha mai veramente protetto.
Per anni mi sono detto che era una cosa bella — guarda quanto ho costruito.
Adesso, in mezzo a quei mille indiani che non vogliono andare da nessuna parte, mi è venuto un altro pensiero. Più scomodo.
Forse non l'ho perso per costruire. Forse l'ho perso perché stare fermo mi faceva troppa paura.
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Una cosa però non riesco a convincermi.
Non riesco a convincermi che restare fosse meglio.
Perché in tutti questi anni ho anche visto persone come quelle del villaggio — fisicamente ferme, intellettualmente ferme, esistenzialmente ferme — e dentro di loro c'era un'altra inquietudine, identica alla mia, solo che non avevano un mezzo per esprimerla, o forse avevano solo trovato un vizio per opprimerla.
Molti di loro sognavano nella loro testa, e basta. Non scendevano in campo.
E quella, da dentro, è una vita più dura di tutte le altre. Una vita di sogni privati che non vedranno mai luce.
▎ La vita, alla fine, è questo: capire cosa sogniamo, e decidere se sognarlo dentro la testa o lottare per costruirlo in campo.
Tertium non datur, come dicevano i latini.
O lo vivi dentro, o lo vivi fuori. Non puoi farlo da spettatore esterno a entrambi.
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Quindi non ho una risposta.
Forse loro hanno capito qualcosa che a me sfugge. Forse io ho capito qualcosa che a loro sfugge. Forse nessuno dei due, e siamo solo due adattamenti diversi a due rumori di sottofondo diversi.
L'unica cosa che ho capito davvero, in quei dieci minuti, è che il mio cervello non sa stare fermo.
E che probabilmente questo è il mio prezzo. Non il mio talento.
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Voglio chiudere con una domanda. Te la lascio qui, te la rubo dal taxi delle quattro del mattino in cui me la sono fatta io.
Quando sei stato fermo l'ultima volta?
Fermo davvero. Senza che il prossimo passo fosse già caricato dentro la testa, pronto a partire appena finivi il caffè.
Fermo, nel tuo momento di vita.
Se la risposta è non mi ricordo, siamo nella stessa colonna.
E forse (forse) vale la pena chiederselo prima del prossimo volo.
La creazione, il "momentum" esiste proprio in quei momenti lì.
Mentre leggerai questa lettera sarò su un volo verso il Brasile, per il prossimo capitolo.
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Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è l'ottavo.
Un saluto, Stefano.
La prossima settimana: "scendiamo dalla montagna".
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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