Settimana 5 di 54 — Il vero cancro
Settimana 5 di 54 — Il vero cancro
Una notte, in un hotel di una città di cui non ricordo il nome, ho scritto sul quaderno una frase, in una sola riga.
Il giorno dopo l'ho riletta.
Era questa.
"non credo in me stesso, quindi devo sempre dimostrare le cose agli altri per renderle vere."
Non l'avevo mai detta a nessuno. Nemmeno a me. Ma scritta nera su bianco, era ovvia.
E in quella frase c'era il vero cancro.
Ho passato tutta la vita a voler essere qualcuno agli occhi degli altri.
A voler essere accettato da quelli che reputavo migliori di me.
Da bambino guardavo le persone che avevano qualcosa che a me mancava. Un libro che non potevo permettermi. Un viaggio che a casa non si nominava nemmeno. Uno stile di vita che nessuno della mia famiglia aveva mai vissuto.
Ed è proprio così che si sopravvive da bambini. Si guarda chi sa e si impara. Si guarda chi ha e si capisce che esistono infinite possibilità. Senza confronto, niente apprendimento. Niente cultura. Niente progresso. Solo assorbire.
Nel 1954 uno psicologo americano, Leon Festinger, l'ha messo nero su bianco con un esperimento semplice: quando non abbiamo metri oggettivi per capire dove stiamo, chi siamo, cosa valiamo, cosa è normale, usiamo gli altri come bussola. È così che la specie ha imparato a sopravvivere.
Il confronto, in quella forma, è una cosa sola, è raccogliere informazioni.
Questo tipo di confronto non è un problema. Anzi. Lasciatelo, sempre. Perché ti salva.
Io guardavo, imparavo e dentro di me cercavo una strada per superarli tutti.
C'è però un momento esatto in cui il confronto smette di essere uno strumento a nostro vantaggio e diventa veleno.
È un momento sottile. Non c'è un campanello d'allarme. Non è una soglia che oltrepassi consapevolmente.
Succede quando smetti di chiederti "cosa posso imparare da quello che gli altri fanno?" e inizi a chiederti "io a che punto sono rispetto agli altri?"
A me è successo intorno ai diciassette. Non lo capii subito. All'inizio mi sembrava sana ambizione. Sembrava fame. Sembrava il motore che mi avrebbe portato lontano da un paese di mille abitanti.
È così che ho iniziato a prendere ogni onda. Trading. Forex. Un blog. Video. Social.
Tredici anni di inizi, pensando che l'inizio fosse sufficiente a farmi sedere a quei tavoli, a darmi "il diritto di..." essere qualcuno.
E ogni inizio era, anche se allora non lo ammettevo, un modo per dirmi: "se ce la faccio in questa cosa, allora valgo quanto loro."
Loro. Sempre loro. Mai io.
Non era invidia, era solo la mia incapacità di essere me.
C'è una cosa che ho letto recentemente e che mi ha tolto il fiato. Nel 2009 un gruppo di ricercatori giapponesi ha messo delle persone in una macchina per la risonanza magnetica e gli ha mostrato la vita di altre persone più capaci di loro. Il risultato è stato che la parte del cervello che si attivava era la stessa che si attiva quando ti fai male fisicamente. La corteccia cingolata anteriore.
Quella sensazione che senti quando ascolti una vittoria, non te la stai immaginando. È il tuo cervello che la elabora come un dolore vero.
Per anni ho creduto che quella fitta fosse motivazione.
Invece, quel passaggio, da informazione a giudizio verso se stessi, è il vero cancro.
Era la voglia di dimostrare che mi teneva in piedi. Era il confronto che faceva da combustibile a tutti gli inizi che non avevo mai portato a una fine.
E quando il combustibile è il confronto, ti consuma man mano che vai avanti. Perché la corsa non finisce mai. Perché alla fine ci sarà sempre qualcuno più avanti di te.
E se ti fermi un secondo, ti accorgi che non sai più che cosa stavi cercando.
Quando è cambiato tutto ero a Bali, anni dopo, in viaggio, da solo, in un posto dove nessuno mi conosceva.
Stavo osservando le persone. Non erano ricche, o almeno non come intendiamo la parola di solito. Eppure vivevano in un modo che mi ha spiazzato completamente.
Vivevano. Punto.
Senza paragonarsi a nessuno. Senza guardare troppo gli altri. Senza misurarsi.
Non perché fossero saggi. Perché si erano scelti. Avevano deciso una direzione, anche se piccola, e seguivano quella, sordi al resto.
In quel momento ho cambiato l'asse della domanda che mi facevo da tredici anni.
Non più: "io rispetto a loro dove sono?"
Ma: "io rispetto a chi voglio essere domani, dove sono?"
Anche in questo caso c'è una ricerca che mi ha colpito. Hal Hershfield, ricercatore prima a Stanford poi a UCLA, ha mostrato una cosa semplice. Le persone che scrivono una lettera al se stesso di venti anni nel futuro, nei giorni successivi, diventano migliori. Risparmiano di più. Mangiano meglio. Mentono di meno.
Non perché siano più motivate. Perché iniziano a sentire quella versione futura come una persona vera e con cui hanno un debito.
E quel debito, a quanto pare, è un metro di confronto migliore di qualsiasi vita che vediamo su Instagram.
Il vero metro: te lungo il tempo
te di domani
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● te oggi
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altri ◄──────────────●──────────────► altri
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● te di ieri
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te di anni fa
Sposta l'asse. Da orizzontale, io rispetto agli altri, a verticale, io rispetto a me lungo il tempo.
Ogni mattina, prima di prendere il telefono, mi siedo e mi faccio due domande.
La prima: "oggi voglio fare questo. Ma il me di domani, tra un anno, tra cinque, in una versione che ancora non esiste, cosa vorrebbe che facessi?"
La seconda: "sto prendendo questa decisione per quella versione di me, o per qualcun altro che neanche è in questa stanza?"
Le risposte non coincidono quasi mai all'inizio.
Ma quando iniziano a coincidere, succede una cosa strana. Il peso del confronto sparisce. Non perché smetti di vedere gli altri. Perché smetti di misurarti con gli altri.
In ogni caso il confronto peggiore è quello orizzontale, perché agisce in due fasi.
Prima fase: ti convince che la tua vita è incompleta finché non hai quello che ha l'altro. Anche se hai tutto. Anche se hai più di quanto avevi sognato.
Seconda fase: ti ruba il tempo di costruire una vita davvero tua. Perché ogni minuto speso a misurarti con qualcun altro è un minuto rubato a chi devi diventare.
Ma c'è una buona notizia. Lo so perché l'ho vista dentro di me.
Il cancro del confronto non si cura accumulando di più, scalando di più, mostrando di più. Si cura cambiando l'asse della domanda.
Ho scritto un'altra cosa, mesi dopo, nello stesso quaderno.
"Non mi paragono più a nessuno. So esattamente dove sto andando e cosa voglio davvero."
Non avevo avuto una visione. Avevo solo cambiato la persona con cui mi confrontavo. E quella persona non era più in quella stanza.
È seduta da qualche parte, tra un anno, tra cinque, tra dieci. Mi guarderà in faccia e mi chiederà una cosa sola.
"Stai facendo, oggi, quello che mi avresti voluto far fare anni fa?"
Questa domanda non te la può fare nessuno. Te la puoi fare solo tu.
E quando te la fai tutto cambia. Cambia la tua capacità di dirti la verità, di non mentire a te stesso, di non continuare a far percepire di essere diversi da quello che si è realmente, come facevo io.
Perché stai guardando finalmente nella direzione giusta.
Ed è così che quelle informazioni passano da essere informazioni a percorsi da seguire. Da conoscenze ad azioni pratiche che ti guidano nella tua versione futura. Ed è così che la sofferenza si trasforma in una mappa che ti dà un grande vantaggio sul percorso.
Siamo noi gli artefici della nostra vita. I creatori del nostro futuro.
Nessun altro.
E tu, come sei, sei esattamente chi devi essere, basta sceglierlo.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il quinto.
Un saluto, Stefano.
Nel prossimo: la mente scimmia.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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