Settimana 17 di 54 — Il lavaggio del cervello
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Settimana 17 di 54 — Il lavaggio del cervello
Questa settimana sono stato a Mykonos. Prima ancora Barcellona. Giorni di festa, di quelli che ti distruggono la routine, ti spostano gli orari, ti trascinano via da dove eri arrivato con fatica. Piacevoli, sì. Ma mi hanno buttato di nuovo fuori strada.
Poi sono rientrato, e ho fatto una cena con i parenti. Una di quelle dove si parla di tutto e di niente.
A un certo punto mia cugina racconta del suo recentissimo viaggio a New York. Le si illuminano gli occhi. Dice che le piacerebbe andarci a vivere, magari. E mia zia, con quell'affetto ruvido di chi ti vuole proteggere, le risponde una cosa che ho sentito mille volte nella mia vita: "eh, ma uno che viene da un paese piccolo certe cose deve anche accettarle. Come fai tu ad andare a vivere a New York?"
E io, senza nemmeno pensarci: "scusa, e io allora? Da Galluccio, mille abitanti, come ho fatto a girare mezzo mondo?"
Lei mi guarda. E mi dice una frase che non mi è più uscita dalla testa:
"Eh, ma tu ti sei fatto il lavaggio del cervello da solo."
L'ha detta come un'accusa. Come per dire, tu ti sei raccontato una storia, ti sei convinto di qualcosa che per la gente normale non vale, non sei più uno di noi.
E io, invece di offendermi, sono rimasto lì con la forchetta a mezz'aria a pensare: è la cosa più vera che qualcuno mi abbia detto da anni.
Sì. Mi sono fatto il lavaggio del cervello da solo. È esattamente quello che ho fatto.
Ma c'è un pezzo che zia non ha visto, e voglio farlo vedere a te.
Il punto non è che io mi sono lavato il cervello e mia cugina no. Il punto è che ce lo siamo lavati tutti e due. Lei però non l'ha scelto.
Nessuno di noi ha scelto i genitori che gli sono capitati. Nessuno ha scelto in che paese nascere, che scuola fare, che frasi sentirsi ripetere a tavola per vent'anni. "I sogni restano nel cassetto." "Accontentati." "Uno come noi certe cose non le può fare." Quelle frasi lì non te le sei scelte tu, hanno cominciato ad inculcartele quando eri troppo piccolo per difenderti. E a furia di sentirle, ci hai creduto. Sono diventate la tua voce.
Quello è un lavaggio del cervello. Identico. Solo che l'ha fatto qualcun altro, a tua insaputa, e non lo chiama nessuno così perché è quello comune, quello di default.
Quindi mettiti in testa una cosa scomoda: non esiste il "cervello pulito, il vero me, come sono fatto io e basta". Non esiste nessuno che non sia stato programmato da qualcosa o da qualcuno. Esistono solo due categorie di persone. Quelli che il cervello se lo lasciano lavare dagli altri e dal caso, per sempre. E quelli che a un certo punto prendono la penna e cominciano, faticosamente, a riprogettarlo da soli.
L'unica scelta vera non è "essere programmati o no". Quella è persa in partenza per tutti. La scelta è: chi tiene la penna.
E qui arriva la parte difficile, quella che sulle frasi motivazionali non te la mette nessuno. Perché "riscriviti il cervello" suona benissimo, ma è una roba lentissima, e il tuo stesso cervello ti rema contro proprio mentre la fai.
L'ho letto da uno che studia come funziona questa macchina. Diceva che la dopamina, quella che tutti chiamano la molecola del piacere, in realtà è la molecola della sorpresa. Il cervello non ti premia per il risultato: ti premia per l'imprevisto. Ecco perché le prime due settimane di una cosa nuova sono elettrizzanti, e la sesta, la settima, l'ottava, quelle in cui stai davvero costruendo la parte che conta, sembrano piatte, morte, senza senso. Non perché stai sbagliando. Ma perché il cervello ha staccato la scarica, esattamente quando la cosa stava iniziando a funzionare.
E la crescita vera va così: gradualmente, gradualmente, gradualmente. E poi di colpo. Una linea piatta per un tempo lunghissimo, che a un certo punto si impenna. Solo che la linea piatta noi non la reggiamo. Molliamo. E, statistica alla mano, molliamo quasi sempre nel punto più piatto della curva: cioè l'attimo prima che si impenni.

E qui, lo so, ti aspetti che ti dica come si fa a reggere quel tratto piatto. Il trucco per non mollare proprio lì. Non ce l'ho. Anzi: un trucco non esiste, e chi te lo vende sta solo lucrando sulla tua fretta. L'unica cosa che ho trovato l'avevo scritta una notte a Bangkok:
▎ Ma come fai a cambiare un inconscio di oltre 28 anni? Un passo alla volta. E il primo passo è smetterla di volere tutto e subito, di voler cambiare tutto insieme in uno schiocco di dita.
— 3 dicembre 2023, Bangkok
Ventotto anni di roba scritta da altri, da smontare un pezzo alla volta, sapendo che per mesi non vedrai succedere niente. È il lavoro meno gratificante del mondo. Ed è l'unico che conta.
Ma non voglio venderti la favola dell'uomo che si è riscritto e adesso è padrone di sé. Perché non è vera, e te lo dimostro con la cosa più scomoda che ho in tasca.
Ti faccio vedere lo Stefano che scrive di notte, quello che non deve fare bella figura né con la zia né con te. Anni fa mi ero segnato questa:
▎ Sempre in balia delle cose, quando in realtà creo sempre tutto io, perché scelgo di non scegliere.
— 27 novembre 2021
Rileggila piano. "Scelgo di non scegliere." Io, quello che a cena spiega alla zia che è lui a decidere della propria vita, è lo stesso che di notte confessa che per la maggior parte del tempo la penna la molla. Lascio che a scrivere torni il vecchio programma. Questa settimana, guarda caso, ero a Mykonos a farmi scardinare la routine che avevo costruito con mesi di fatica. Non me l'ha imposto nessuno. Ho scelto di non scegliere. Di nuovo.
Perché il lavaggio del cervello non è un intervento che fai una volta e sei a posto per sempre. È una cosa da rifare ogni santo giorno, perché il vecchio programma non si cancella: resta lì sotto, in attesa. E appena molli la presa, appena arriva Mykonos, torna a scrivere lui, con la tua calligrafia di quando avevi otto anni.
E allora arrivo alla cosa che voglio lasciarti, quella su cui giro da giorni.
Mia zia pensa che sia una questione di condizioni. Da dove vieni, che famiglia hai, che possibilità ti sono capitate in sorte. E le condizioni contano, chi dice il contrario ti sta mentendo.
Ma non sono le condizioni a fare di te un uomo migliore. Sono le decisioni.
Due persone dallo stesso paese di mille abitanti, con gli stessi "no" cuciti addosso da bambini, te ne ho già parlato una volta, di quei no, finiscono in due vite completamente diverse. Non per fortuna. Per una catena di decisioni piccole, quotidiane, quasi tutte prese quando nessuno guardava. La condizione è solo il punto di partenza. La decisione è tutto il resto della strada.
Mi ero chiesto anche questo, di notte, in quattro parole: "sono libero se scelgo io? Ma se non scelgo io, chi sta scegliendo, scusa?"
Il guaio è che decidere davvero è la cosa più faticosa che esista. Perché decidere non è la frase forte che dici a cena. È tenere la penna anche nella settimana piatta, anche quando il cervello ti implora di mollare, anche quando Mykonos chiama. E la maggior parte di noi, me compreso, sceglie di non scegliere. Lascia la penna sul tavolo. Torna al programma di qualcun altro. E poi lo chiama destino.
Non ho una soluzione pulita, lo sai come funzionano queste lettere. Ho solo la domanda che mi ha lasciato mia zia senza rendersene conto: il cervello che porti in testa, quello con cui prendi ogni decisione, ogni giorno, chi l'ha scritto? Loro, o tu?
E se la risposta non ti piace: la penna è ancora lì. Il fatto che da trent'anni la tenga in mano qualcun altro non vuol dire che non puoi riprendertela stanotte.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il diciassettesimo.
Un saluto, Stefano.
Grazie zia. Volevi dirmi che mi ero perso per strada. Mi hai ricordato l'unica cosa che ho fatto di buono.
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