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Settimana 16 di 54 — Il pilota automatico

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Settimana 16 di 54 — Il pilota automatico


La settimana scorsa ho chiuso la lettera dicendoti che l'unica cosa che si muove davvero è chi porta la valigia. Che il resto lo puoi cambiare all'infinito e restare identico.


Bello. Scritto benissimo.


Poi ho fatto tre giorni di recovery a casa, ho preso la valigia — la stessa — e sono partito per Barcellona. E l'ho portata uguale a sempre. Con dentro lo stesso identico Stefano.


Ci sono andato per lavoro, anche se "lavoro" è una parola grossa: sono andato per stare con delle persone, conoscerne altre, vivere qualche giornata insieme. Networking, lo chiamano quelli bravi.


E sono stato bene. Benissimo.


E malissimo. Negli stessi identici giorni. Nello stesso momento.


Prima ti dico una cosa che c'entra, anche se all'inizio non sembra. In questo periodo mi sto leggendo un libro — di quelli sul corpo, sul sistema nervoso, roba che di solito guardo con sospetto, lo sai come la penso su certa fuffa. Solo che una cosa lì dentro mi ha spaccato in due, e non riesco più a togliermela.


Dice, in sostanza, questo. La distanza tra chi sei oggi e chi vorresti diventare non si misura in chilometri. Si misura in nanometri. Venti nanometri: è lo spazio tra un neurone e l'altro, il punto esatto in cui un pensiero passa. O non passa. Uno spazio ridicolo, invisibile. Eppure certe volte sembra un tragitto infinito.


Quel buchino è un ponte. Su una riva c'è chi sei adesso. Sull'altra chi vuoi essere. E qui arriva la parte che mi ha steso: se il tuo corpo non si fida che quel ponte regga, non ti ci fa passare. Punto. Non con un pensiero nuovo, non con la buona volontà, non con la disciplina, non con l'ennesimo proposito scritto bene. Se il corpo non si sente al sicuro, resti di qua. E ti tiene di qua con la forza.


Perché — spiega il libro — il corpo ha due modalità. Una è quella in cui si sente al sicuro: riposo, respiro lungo, guardia abbassata. È solo lì dentro che un pensiero nuovo attecchisce, che una versione nuova di te può mettere radici. L'altra è la modalità sopravvivenza: allarme, scanner di pericolo sempre acceso, tutta l'energia buttata a controllare cosa può andare storto. E in quella modalità lì, di ponti non se ne attraversano. Non hai le forze: le stai usando tutte a difenderti. Il guaio è che la vita di oggi, con lo stress che ci portiamo addosso, ci lascia quasi sempre incastrati lì, in allerta, senza nemmeno accorgercene.


E io questa cosa la vedo tutta, ma tutta, nella mia vita.


Perché la mia modalità di default è la seconda. Io sono sempre acceso. Sempre in scansione: chi c'è nella stanza, come sto andando, gli piaccio, tengo su la serata, sto performando. Anche quando "mi diverto", il sistema è in allarme — solo che l'allarme lo chiamo energia, lo chiamo essere sul pezzo, lo chiamo il mio talento. E la riva sicura, per il mio corpo, sai qual è? Non è quella nuova, quella sana, quella dello Stefano fermo. È quella vecchia. Lo Stefano che beve e accende la stanza il mio corpo lo conosce da trent'anni: lì, per quanto stia male, sa esattamente come sopravvivere. L'altra riva — quello sobrio, in silenzio, che non ha bisogno di conquistare nessuno — è terra sconosciuta, e un corpo in allarme la terra sconosciuta la tratta come un pericolo. Così mi tiene di qua. Anche quando di qua sto malissimo, mi tiene di qua, perché è l'unico posto che conosce.


Tienila lì, questa storia del ponte e delle due modalità. È la chiave di tutto il resto.


Perché a Barcellona, di qua dal ponte, ci sono rimasto tutta la settimana. Piantato con tutte e due le scarpe.


Per stare in mezzo a quelle persone io tiro fuori uno Stefano preciso. Quello simpatico. Energia a mille, porta tutti al ristorante giusto, ordina, beve, tiene su la serata, fa ridere, riempie i silenzi. Lo Stefano top, quello che se lo incontri pensi "che forza sto qua". E ti dico una cosa scomoda: non è che mi ci trascinano, le serate. Sono io che le creo. C'è una parte di me che le vuole e se le costruisce, anche mentre dico che vorrei starmene a casa.


Mi riesce benissimo, tra l'altro. È il mio pezzo forte da sempre.


Il problema è che quello Stefano lì è esattamente quello che sto provando a cancellare.


E lo so da un pezzo. Ti faccio vedere lo Stefano che scrive di notte, quando non deve fare bella figura con nessuno. Fine 2021, mi ero segnato questa:


▎ Ci ho passato l'esistenza a fare queste cose. Vai a cena, conosci persone, chiacchieri, fai festa, sei simpatico, gli resti in mente, ti seguono, ti venerano. E tu sei sempre lì, solo.


— 27 novembre 2021


Ecco. È tutta qui la storia. L'uomo che accende la stanza, con la solitudine attaccata dietro come un'ombra. A Barcellona ero in mezzo a venti persone che ridevano, e più ridevano più sentivo quel vuoto preciso: sto benissimo, e sono solo come un cane. Le due cose insieme. Immerso nel bello della compagnia, in una solitudine profonda.


Perché nel frattempo, io, un'altra cosa l'ho decisa. E l'ho scritta. Voglio smettere di bere, quasi del tutto. Voglio la vita pulita, la testa lucida, le giornate dritte. L'avevo pure cominciata, e stavo bene davvero. Me l'ero messa nero su bianco proprio così:


"No fumo, no alcool, no dispendio di energie inutili, no persone inutili, no abitudini inutili. Solo me. Ed è così che ho capito di voler vivere."


Solo me. L'avevo capito. L'avevo scritto.


E a Barcellona ho fatto l'esatto contrario, per sette giorni di fila.


Qui c'è il punto che mi ha fatto più male.


Le cose che scrivo le ho scelte io. Sono mie. Le decido a mente fredda, sapendo chi voglio essere.


Le cose che faccio, invece, non le ho scelte. Sono la somma di trent'anni — cene, serate, un modo di stare al mondo che il mio corpo si è preso pezzo per pezzo senza mai chiedermi il permesso. Su quella roba lì il controllo al cento per cento non l'ho mai avuto. Me la sono ritrovata addosso e basta.


E a Barcellona, di nuovo, ha guidato quella. Il pilota automatico. Non ho deciso niente: si è acceso da solo, come sa fare da trent'anni, e io mi sono guardato da fuori fare esattamente le cose che avevo scritto di non voler più fare.


Te ne avevo già parlato, una volta, dell'alcol, delle notti che non finivano, delle diete iniziate e mollate — la mente scimmia che salta da una cosa all'altra. È la stessa bestia. Il copione lo conosco a memoria: esci, spendi, bevi, fai tardi, e ti rovini la giornata dopo; la routine che stavi costruendo si sbriciola in una sera. Me lo scrivo da anni. E da anni lo rifaccio uguale.


Ecco. È il ponte del libro, in carne e ossa. Il mio corpo, a Barcellona, ha fatto quello che sa fare da sempre: mi ha riportato sulla riva che conosce, e mi ci ha inchiodato. Non perché non so dove voglio andare — lo so benissimo, l'ho scritto nero su bianco. Ma perché lui, dall'altra parte, ancora non ci crede.


Non ti faccio finire con "e quindi ho capito, e adesso cambio". Lo sai che non funziona così.


L'unica cosa onesta è che non è né bicchiere mezzo pieno né mezzo vuoto. È che il bicchiere, piano piano — piano piano davvero, lentissimo — si sta riempiendo. So che vado in quella direzione. Ma è sofferenza dopo sofferenza, perché vai contro tutti i tuoi modi di fare naturali. E l'unico modo che ho trovato è quello brutto: prenderli uno per uno, gli automatismi, smontarli pezzo per pezzo, e rimontarli diversi. Uno alla volta. Per anni. Già solo saperlo è qualcosa. Ma saperlo non è farlo.


E poi c'è la cosa vera vera. Quella che ho capito solo tornando, ed è il motivo per cui casco sempre lì.


Il mio problema alla radice non è il bere. Non sono le serate.


È una cosa che, di nuovo, mi ero scritto anni fa — ma da fiero, come fosse il mio superpotere:


▎ Io non mi muovo come si muovono gli altri. Io mi muovo tra le energie delle persone. È quello il mio potere, per unire i gruppi e stare sempre bene.


— maggio 2023


Lo vedi il trucco? Il mio potere lo metto lì. Tra gli altri. Nelle relazioni, in mezzo, quando accendo la stanza. Un potere da solo non me lo riconosco. Da solo, fermo, in silenzio, senza nessuno da conquistare, non mi sento forte: mi sento poco. Ho bisogno che siano gli altri a dirmi che valgo, altrimenti non ci credo.


Ed è tutto collegato, capisci? Il corpo in allarme, il bisogno di accendere la stanza, il non riuscire a stare fermo da solo: sono la stessa cosa. Il mio sistema nervoso ha imparato che il pericolo si combatte facendosi amare da tutti. Che si sopravvive conquistando. E finché è così, ogni volta che scrivo chi voglio diventare da solo, poi arriva la settimana a Barcellona e il corpo mi rispedisce in mezzo alla gente a cercare la prova di valere. E quello che avevo scritto salta. Ogni volta.


Me lo ero pure chiesto, due anni fa, di notte, e non mi sono mai risposto: come si diventa sé stessi in mezzo agli altri?


Non lo so ancora. Ma è diventata la mia domanda, e stavolta te la giro pari pari: quella persona che hai scritto di voler diventare — quella scelta, tua, vera — perché non ci riesci a diventarla? Perché non sai come? O perché, sotto sotto, il tuo corpo ha ancora paura di attraversare, e preferisce tenerti sulla riva che conosci, in mezzo agli altri, anche se lì ci stai stretto?


Io, per la prima volta, ho visto qual è la mia riva sicura. E ho capito perché il mio corpo se la tiene stretta. Non è una gran vittoria, lo so. Ma prima non vedevo nemmeno il ponte. Adesso lo vedo per intero. Attraversarlo è un'altra lettera — e temo parecchie.


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il sedicesimo.


Un saluto, Stefano.


Ah — l'altra volta che ero stato a Barcellona, un anno fa, ci ero da solo. "Solo, come sempre", mi ero scritto quella sera, "in un ristorante a mangiare una pizza." Stavolta ero in venti. E stavo peggio. Fatti due conti anche tu, su dove stai e con chi.


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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