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Settimana 11 di 54 — Il semaforo

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Settimana 11 di 54 — Il semaforo


Ti scrivo ancora da Buenos Aires, ultima settimana qui, presto torno in Italia al caldo (finalmente, che qui è inverno).


Ieri, mentre andavo in un negozietto a comprare il mate, ho attraversato la strada col rosso senza pensarci.


(E sti cazzi, penserai. Ma aspetta.)


Strada vuota, semaforo rosso, e sono passato.


Non l'ho deciso, non ci ho ragionato, non ho guardato se passava prima qualcun altro. Ho solo dato un'occhiata a destra, una a sinistra, e ho attraversato.


Una cosa da niente. Solo che, mentre ero a metà strada, mi sono accorto di un dettaglio: dietro di me, c'erano due persone ferme ad aspettare il verde. E nel momento esatto in cui sono passato io, loro mi sono venute dietro.


Arrivato sul marciapiede di fronte mi è venuto da ridere, perché mi sono ricordato di quante volte sono stato io, fermo a un semaforo a pensare troppo a lungo se attendere il verde o attraversare… finché qualcun altro non mi desse "il via".


Te la racconto bene, perché qui si parla di libero arbitrio, di azioni che pesano su tutta la nostra vita. Perché sai, non è mai solo un semaforo… è tutto ciò che c'è dietro il vero problema.


C'è stato un periodo — anni, non giorni — in cui io a un semaforo rosso, a piedi, con la strada completamente vuota, non attraversavo quasi mai.


Lo sentivo, eh, che era una cazzata. Dentro pensavo: ma quasi quasi passo, è sicuro, non sto facendo del male a nessuno. Ma restavo lì, con la decisione di attraversare già presa nella testa — chiara, finita — ma i piedi che non si muovevano di un centimetro.


(Lo so come suona: uno che si fa l'esame di coscienza a un semaforo pedonale dovrebbe avere problemi più seri. Abbi pazienza ancora un attimo, ché il problema serio adesso arriva.)


Poi arrivava sempre lui. Il tizio. Uno qualunque — cuffiette nelle orecchie, zaino in spalla, lo sguardo di chi ha cose più importanti di un semaforo. Arrivava, manco rallentava, e attraversava col rosso come se la regola, per lui, non fosse mai stata scritta.


E io, in quel preciso momento, mi sbloccavo. "Ah, vedi? Lo fa lui, lo faccio anch'io." E passavo. Subito dietro, attaccato alle sue spalle.


Esattamente dove volevo arrivare da venti secondi — solo che ci arrivavo dopo, e ci arrivavo perché me l'aveva detto lui. Non io.


E sai, quel semaforo, anche se non sembrava un problema, era tutto il mio problema.


Perché ogni nostra decisione nasconde dietro di sé una serie di comportamenti e abitudini che ci impediscono di cambiare ed essere migliori.


E infatti, mi sono reso conto che quella roba lì non la facevo solo agli incroci.


La facevo dappertutto. Avevo la decisione già in tasca — chiara, giusta, mia — e restavo fermo ad aspettare che la prendesse prima qualcun altro.


Aspettavo il socio che dicesse "secondo me ha senso". Aspettavo quello un passo avanti a me che avesse già fatto la stessa identica mossa, così potevo dire "ah, vedi, si può fare".


Aspettavo un permesso. Lo straccio di permesso di qualcuno, su una cosa che dentro avevo già deciso da solo, e anche per primo.


È questa la roba che mi faceva impazzire. Non il semaforo. Il fatto che ho la testa per capire da solo cos'è giusto per me — ce l'ho, funziona, l'analisi la so fare — e poi appalto al primo sconosciuto che passa il compito di darmi il via libera. Come se la mia decisione, da sola, non valesse abbastanza. Come se mi servisse sempre la firma di un altro in fondo al foglio per dire "ok, puoi andare".


Scrissi queste parole nel 2022:


"Io mi sento deciso, spesso mi sento proprio che so quale sia la cosa giusta da fare. Però poi mi blocco, mi fermo… e attendo sempre qualcuno che mi dia l'ok per procedere nella mia direzione."


E poi, in fondo, una riga buttata lì come una promessa. La trovo ancora, con la stessa data:


▎ Io scelgo per me. Non aspetto più nessuno.


Bella, eh? Peccato che, all'epoca, non era vero manco un po'.


Era una di quelle promesse che ti scrivi di notte, con la convinzione di averti capito finalmente, e il giorno dopo sei di nuovo lì, sul bordo dello stesso marciapiede, ad aspettare il tizio con le cuffiette. L'ha scritta uno che non sapeva ancora attraversare da solo. Uno che si dava coraggio sulla carta perché nella strada il coraggio non lo trovava.


E qui ti devo dire la cosa per cui ti ho fatto fare tutto sto giro.


Ieri, a quel semaforo, ho attraversato senza pensarci. Senza aspettare nessuno. Senza nemmeno accorgermene mentre lo facevo.


E sai, non è il semaforo la vittoria: è la capacità di decidere senza osservare o attendere gli altri.


Tre anni dopo.


Non ti sto dicendo che adesso sono l'uomo libero che decide tutto da sé. Ho ancora un sacco di marciapiedi su cui resto piantato a guardare se passa prima un altro. Su alcuni sono ancora quello di prima.


Ma quella riga scritta di notte tre anni fa, che all'epoca era una bugia bella e buona, oggi è una verità.


E sai qual è la cosa bella? Non è che adesso attraverso sempre per primo — quello, da solo, conta poco. La cosa bella è un'altra, ed è la cosa che ho capito tre anni e un semaforo dopo: che un semaforo davanti ce l'avremo sempre. Non si finisce mai di attraversare.


Perché quando vivi con la fame di crescere, di migliorare ogni giorno, un altro semaforo davanti lo costruirai sempre. Ne attraversi uno e davanti te ne spunta un altro, più largo, con più traffico. Sempre.


E va bene così. È questa la sfida.


Quindi non sentirti scemo se hai davanti un semaforo che non riesci ad attraversare. Non lo sei. Devi solo accettare la sfida, capire qual è il tuo semaforo, e iniziare ad attraversarlo. Perché tutto cambia con l'azione. Solo con quella.


Tra il dire e il fare, lo sai come dice il detto: c'è di mezzo il mare. Io ti dico che non è vero. Tra il dire e il fare c'è di mezzo solo ed esclusivamente il fare. Nessun mare. Si attraversa e basta.


Prendendosi il rischio. E prendendosi la responsabilità — perché alla fine siamo noi a scegliere, siamo noi a vivere la nostra vita minuto per minuto, sul nostro pezzo di strada. E siamo noi a pagarne le conseguenze, anche quando sbagliamo, anche quando attraversiamo e ci accorgiamo che era meglio restare fermi. Le paga chi attraversa, mica chi guardava dall'altra parte. Mai una volta che a sbagliare la mia vita ci sia qualcun altro a metterci la firma.


E allora tanto vale attraversare quando lo decidiamo noi. Senza aspettare il via di nessuno. Senza andare dietro a chi è partito per primo solo perché è partito per primo. Senza il permesso, senza il giudizio e pure senza l'aiuto di nessuno — perché quel tizio con le cuffiette, qualunque faccia abbia oggi, non sta attraversando per te. Sta solo attraversando la sua, di strada.


La domanda della settimana te la lascio sul bordo di quel marciapiede.


Qual è la cosa che hai già deciso — chiara, giusta, tua — e per cui sei ancora lì fermo, ad aspettare che attraversi prima qualcun altro?


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è l'undicesimo.


Un saluto, Stefano.


Qualunque sia il tuo semaforo, non aspettare nessuno.


Alla prossima settimana.


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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